Operazione salvataggio

Una storia rimasta a lungo segreta…
Tratto da “Memoria – La Rocca di Sassocorvaro, rifugio di opere d’arte”
di Pasquale Rotondi.

La Rocca fu concessa in uso dal Comune di Sassocorvaro, che ne è proprietario, alla Soprintendenza alle Gallerie ed alle Opere d’Arte di Urbino, affinché questa, dopo averla dotata di tutti gli impianti occorrenti, vi salvaguardasse dai pericoli della guerra i beni affidati alle sue cure. (1) La vita del ricovero ebbe inizio il 6 giugno del 1940, quando vi giunsero le prime opere (2), e si protrasse fino al 14 settembre del 1945.  Durante questi cinque anni, tre mesi ed otto giorni, la salvaguardia dei beni che trovarono asilo nella Rocca fu esercitata ininterrottamente da un picchetto di Guardie Giurate, dipendenti dall’Amministrazione delle Arti.
Contemporaneamente, i Carabinieri – la cui Stazione era stata numericamente rafforzata e messa in comunicazione col ricovero mediante un’autonoma apparecchiatura d’allarme – sorvegliavano l’edifizio e le sue adiacenze.  Collaborava con le Guardie Giurate e con i Carabinieri una Squadra di Primo Intervento, costituita da elementi locali addestrati ai servizi antincendio dai Vigili del Fuoco di Pesaro.
Le opere, durante la loro permanenza a Sassocorvaro, restarono chiuse nei loro imballaggi.  Allo scopo di accertare se il loro stato di conservazione fosse soddisfacente, venivano compiuti periodicamente accurati controlli, a cui attendeva personalmente il Soprintendente di Urbino, alla presenza del Comandante della locale Stazione dei Carabinieri.  Ad alcuni accertamenti assistettero i Rappresentanti degli Istituti da cui provenivano i beni sottoposti a verifica, oppure coloro che la Direzione Generale delle Arti inviava ad ispezionare il ricovero.
Le opere revisionate furono trovate sempre in perfetto stato di conservazione, così come fu sempre trovata perfetta l’efficienza dei servizi di sicurezza e di custodia.
Nel gennaio del 1943 la Direzione Generale decise di affidare alla Soprintendenza di Urbino la salvaguardia di altri beni artistici e storici: quei beni che, in conseguenza dell’intensificarsi delle incursioni aeree, dovevano lasciare i ricoveri dove finora avevano trovato asilo, ma che non erano considerati troppo sicuri. La possibilità di ospitare questi beni nello spazio ancora abbondantemente disponibile nella Rocca di Sassocorvaro fu presa nella dovuta considerazione. Ma, infine, fu inopportuno il concentramento in uno stesso edifizio di una quantità tanto notevole di cose preziose.  Spostata perciò altrove la ricerca di un altro immobile rispondente allo scopo, la scelta cadde sul Palazzo dei Principi di Carpegna (3), nell’omonimo Comune dell’Alto Montefeltro, distante circa venti chilometri da Sassocorvaro e poco più di quaranta da Urbino.
Con tutta sollecitudine il nuovo ricovero fu approntato: con i suoi impianti, le sue Guardie Giurate, i suoi Carabinieri e la Squadra di Primo Intervento.
Le prime opere vi giunsero il 21 aprile del 1943, e presto vi si accumulò una ricchezza non inferiore a quella custodita nella Rocca di Sassocorvaro: il “Tesoro di San Marco” di Venezia, con la celebre “Pala d’Oro”, e tutto un insieme di eccelsi capolavori provenienti, oltre che da Venezia, da Milano e da Roma. (4)
L’Italia, intanto, stava per essere sconvolta dai drammatici eventi di fine luglio, che non tardarono a far sentire il loro peso sul ricovero di Carpegna e, di riflesso, su quello di Sassocorvaro. 
A Carpegna, sui primi di ottobre del 1943, una gran confusione fu provocata dall’arrivo disordinato di un Reggimento del nostro Esercito che, abbandonate le armi, sciolse le file dei suoi contingenti, datisi alla macchia tra i monti vicini.
Pochi giorni dopo – precisamente il 19 di ottobre – mentre la vita della piccola cittadina aveva ripreso a scorrere col suo ritmo consueto, ecco, in assetto di guerra, da nemiche, le “SS-tedesche”. 
Rompendo con grande rumore il silenzio notturno (erano le ore 22,30 circa), esse batterono le strade del paese già immerso nel sonno e, fatta irruzione nel Palazzo dei Principi, raggiunsero le stanze adibite a ricovero, ne scacciarono le Guardie Giurate e vi s’installarono da padrone, non senza aver prima divelto i serrami d’un baule per aprirlo, desistendo dal fare altri danni solo dopo aver constatato che dentro al baule non v’erano che vecchie carte di musica: i manoscritti di Gioacchino Rossini.  I carabinieri che avevano tentato di opporsi alla inconsulta e sciagurata irruzione erano stati disarmati, caricati su un camion e trasportati verso nord.
Al Soprintendente di Urbino, subito accorso, fu in malo modo vietato l’ingresso al ricovero. “Le opere d’arte – gli venne detto con arroganza dal comandante del presidio – sono sotto buona sorveglianza, e non hanno bisogno di alcun controllo italiano”.  Da parte sua, il Prefetto di Pesaro, prontamente sollecitato ad intervenire, prese contatto col comando di zona delle “SS”, ma per sentirsi dichiarare che il ricovero di Carpegna era “sotto la protezione del Reich e poteva perciò considerarsi più che sicuro … “.
A questo punto, una domanda non poteva non presentarsi, con grande drammaticità. Qualora le “SS” di stanza a Carpegna avessero appurato che nella vicina Rocca di Sassocorvaro esisteva un altro agglomerato di opere non meno preziose di quelle cadute in loro possesso, quale iniziativa avrebbero preso, se non di estendere laprotezione del Reich” anche su di esse?…
Bisognava ad ogni costo, prima che una siffatta iattura potesse avverarsi, porre in salvo almeno qualcuna delle cose di pregio maggiore custodite nella Rocca.
Ma … con quali mezzi di trasporto?

Autocarri in fitto non se ne trovavano. I tedeschi erano pronti a requisirli qualora li vedessero in giro. Epperciò i proprietari preferivano tenerli nascosti. Il solo autoveicolo di cui la Soprintendenza disponeva era una ‘balilla’ da noleggio che le era stata assegnata dalla Prefettura insieme ad una modestissima scorta mensile di carburante, appena sufficiente per un percorso di poche decine di chilometri.

Con un’auto così piccola e con un’autonomia così ridotta fu possibile prelevare dalla Rocca soltanto un esiguo numero di opere d’arte di eccelso valore – la ‘Flagellazione di Cristo’ e la ‘Madonna di Senigallia’ di Piero della Francesca, la predella della ‘Profanazione dell’Ostia’ di Paolo Uccello, il ‘San Giorgio’ del Mantegna, la ‘Tempesta’ di Giorgione, ecc. – tutte di formato tale da poter essere recepite dalla ‘balilla’ che le trasportò in Urbino (5), dove vennero segretamente rinchiuse in uno dei più nascosti ed invulnerabili sotterranei
del Palazzo Ducale. (6)
Nel frattempo, a Carpegna, i tedeschi si erano accasermati nello stesso Palazzo dei Principi, mentre nella Stazione dei Carabinieri aveva preso stanza il loro comando locale.
La Squadra di Primo Intervento si era dispersa e le Guardie Giurate, pur essendo rimaste nel Palazzo, erano controllate in ogni loro movimento. (7)
A Sassocorvaro, invece, sia tra le mura della Rocca che fuori di esse, la vita aveva continuato a mantenere il suo solito ritmo, senza che le ‘SS’ vi comparissero mai …
Forse un giorno si conoscerà il motivo che indusse i tedeschi ad impossessarsi del ricovero di Carpegna ed a spadroneggiarvi con tanta pervicacia, per poi abbandonarlo con assoluta indifferenza quando, sulla metà di dicembre del 1943, trasferirono altrove le proprie tende.
Nel comportarsi in modo così incomprensibile essi agirono di propria iniziativa, oppure obbedirono ad ordini impartiti loro dall’alto?
Quando sarà scritta una storia dettagliata del Secondo Conflitto Mondiale, il comportamento della Germania di Hitler nei confronti del patrimonio artistico italiano dovrà formare oggetto di un apposito capitolo.
Dopo la partenza delle ‘SS’ da Carpegna, sarebbe stato necessario riattivare d’urgenza un servizio di custodia pienamente efficiente.
Ma il ritorno dei Carabinieri – come fu comunicato dalla Prefettura – non era in alcun modo prevedibile. E perciò la Soprintendenza, non potendo fare affidamento nella loro presenza, si vide costretta a porre in programma la chiusura del ricovero, dopo averne rimosso tutto ciò che v’era ancora custodito.
Trovato perciò, dopo non poche ricerche, un camionista disposto ad affrontare col suo autocarro i viaggi necessari, il trasloco era già stato iniziato col trasferimento a Sassocorvaro di numerosissime opere d’arte (8), … quando … , il 20 dicembre, giunsero da Roma gli autotreni venuti a prelevare una prima parte delle cose maggiormente preziose che dovevano trovare rifugio in Vaticano.

L’idea di affidare alla Santa Sede la custodia dei beni d’interesse storico-artistico bisognosi di essere protetti non solo dalle incursioni aeree, ma da ogni altra insidia, era nata già da vari mesi, ma andava trovando attuazione soltanto ora, per merito di un gruppo di Funzionari del Ministero dell’Educazione Nazionale che si erano rifiutati di seguire a nord il governo della repubblica di Salò ed erano stati perciò collocati in pensione.
Se ne ricordano qui i nomi: Marino Lazzari Direttore Generale, Giulio Carlo Argan, Guglielmo De Angelis d’Ossat, Emilio Lavagnino e Pietro Romanelli Ispettori Centrali, Michele De Tommaso Direttore di Divisione, Alberto Nicoletti Direttore di Sezione.
Emilio Lavagnino dirigeva le operazioni di prelevamento e di trasporto delle opere, avvalendosi dell’assistenza di Alberto Nicoletti.
Viaggiava con loro, in contatto con gli autotreni, un ufficiale delle ‘SS’ che aveva il compito di risolvere i problemi di natura militare che potevano insorgere durante il viaggio.
I viaggi compiuti furono due. Il primo convoglio partì il 21 dicembre del 1943, il secondo il 16 gennaio 1944. (9)
La consegna delle opere allo Stato della Città del Vaticano si svolse alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia Francesco Babuscio-Rizzo che controfirmò i relativi verbali quale Incaricato di Affari del Governo Italiano presso la Santa Sede. Ma va rilevato che il governo di Salò era contrario a tale consegna, tanto che ai Soprintendenti fu impartito da Padova il perentorio ordine di non effettuarla.
Dopo la partenza del primo convoglio, il ricovero di Carpegna, ormai vuoto, fu chiuso.
Quello di Sassocorvaro, invece, continuò a funzionare, essendovi restato tutto ciò che non aveva trovato posto sugli stracolmi autocarri partiti per il Vaticano e non essendo stato possibile, a causa dell’aggravarsi dello stato di guerra, organizzare una terza spedizione.
Alle opere restate nella Rocca in quantità molto notevole, numerose altre se ne aggiunsero nei giorni successivi, provenienti da Pesaro.
Dove le incursioni aeree si erano fatte così violente e disastrose, da indurre a porre in salvo quanto ancora possibile, seppure di non primaria importanza.

Complessivamente la Rocca custodiva, alla vigilia del passaggio del fronte, centoventisette casse, otto rulli ed un baule, colmi di beni artistici, archeologici, archivistici e librari. (10)
Nella piana del fiume Foglia, ai piedi della collina su cui sorge Sassocorvaro, era intanto in avanzata preparazione l’estremo tratto orientale della ‘linea gotica’, con i suoi sbarramenti anticarro, le sue mine disseminate tra le zolle dovunque, e tutte le altre opere belliche che i tedeschi vi andavano approntando.
Un tentativo compiuto dal comando militare germanico di accasermare truppe nella Rocca fu prontamente sventato, grazie alla esibizione di un foglio che conteneva l’ordine, firmato da Kesserling, di non usare per nessuna ragione l’edifizio a scopi militari: provvidenziale foglio che Emilio Lavagnino aveva portato da Roma.
Anche la guardia repubblichina minacciò d’installare nel fortilizio, senza riguardo alcuno per la conservazione dei beni che v’erano ricoverati, addirittura un deposito di munizioni! Ma l’insano progetto, in seguito alle reazioni della Soprintendenza ed al fermo intervento della Prefettura, non ebbe attuazione.
Quando lo scontro degli eserciti avversari si ritenne ormai imminente, tutti i beni ricoverati nella Rocca furono riposti in due soli ambienti a pianterreno, le cui mura furono irrobustite con la costruzione di muri anticrollo.
Pochi giorni dopo, lo sfollamento di Sassocorvaro fu ordinato. Ma si ottenne che le Guardie Giurate continuassero a prestar servizio nel ricovero, come esse stesse chiedevano. (11)
A valle, sulla piana del Foglia, i combattimenti furono cruenti, ma brevi. Un paio di colpi di artiglieria raggiunsero la Rocca, limitandosi a sbrecciarne il paramento per brevissimo tratto, senza perforarne lo spessore.
Finalmente, il 30 agosto del 1944, Sassocorvaro fu ‘liberata’, essendosi ormai la guerra spostata verso nord.
Con viva trepidazione furono allora verificate le condizioni delle opere rinchiuse nei due locali e con altrettanta gioia ne fu constatato il perfetto stato di conservazione.
Tuttavia, più di un anno doveva ancora trascorrere prima di poter chiudere il ricovero.
In tutto il territorio che unisce il Montefeltro al mare la rete stradale era impraticabile. I ponti distrutti. Ogni altra opera muraria squarciata dalle esplosioni. Voragini profonde dappertutto.
Avventurarsi per i campi era micidiale, per l’insidia delle mine nascoste a centinaia nel terreno.
Non poco tempo fu necessario per ripristinare la viabilità e per rendere possibile la rimozione di tutto ciò che nella Rocca aveva trovato salvezza e che poté essere restituito ai luoghi di provenienza in perfetto stato di conservazione, così come in perfetto stato erano tornate alle loro sedi tutte le opere che avevano trovato rifugio in Vaticano.

Pasquale Rotondi